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IL PRESIDENTISSIMO

DELL’UNIONE SPORTIVA CATANZARO

 

Ceravolo con Pelè

Ci sono le persone. Ci sono i personaggi. Molti passano, pochi restano bene impressi nella memoria della collettività. Nelle comunità piccole, poi, i personaggi degni di passare alla storia sono ancora più rari. Si tratta di figure che si ergono a veri e propri monumenti, venendo rispettati da tutti per aver aperto strade impensabili ai più, squarciando orizzonti nuovi. Riconoscete in questi flash Nicola Ceravolo? Il presidentissimo del calcio giallorosso, don Nicola, un personaggio come pochi in una sperduta cittadina di provincia come Catanzaro; un personaggio divenuto, dopo le inevitabili contestazioni e invidie da strapaese, profeta in patria; un personaggio, in una parola, unico.

Avendo avuto la fortuna di conoscerlo, in uno con la possibilità di godere dei racconti di alcuni fra i suoi collaboratori più stretti, proviamo ad accostarci all’Uomo capace di realizzare i sogni di una terra amara e, per certi versi, maledetta.

Ci ha lasciati già da quattro lustri e innumerevoli volte il suo esempio – fulgido –, la sua dirittura morale – specchiata –, la dignità – sempre fiera –, le sue tante capacità sono state dimenticate nella meccanica ripetizione del suo cognome che dà lustro allo stadio cittadino, senza più i pini marittimi in mezzo alla curva. Ceravolo, con o senza virgolette, con o senza articolo o preposizione davanti, è ormai il luogo in cui ci si reca per assistere alle partite del Catanzaro, ma le generazioni più recenti, forse anche per colpa di quelle più datate, hanno perso la cognizione di quel che don Nicola ha fatto per il calcio giallorosso e, dietro al busto bronzeo posizionato alle spalle della curva, rimangono scarse le memorie delle gesta di un uomo che ha mutato, positivamente, i destini della città, pur non avendo mai fatto politica.

Proviamo dunque, a raccontare don Nicola, con la doverosa premessa che, farlo in maniera approfondita, significherebbe rivivere tutta la storia della gloriosa società calcistica denominata “Unione Sportiva Catanzaro” e, conseguentemente, servirebbe qualcosa di più che poche pagine. Procediamo, allora, per flash calcistici che – ci si augura – possano dare contezza dello spessore umano di Nicola Ceravolo, l’Uomo che più di ogni altro ha fatto diventare grande una realtà provinciale, rompendo l’isolamento geografico grazie ad un semplice pallone di cuoio e alla forza delle proprie idee che disdegnavano i compromessi. Bianco o nero, o, se preferite, giallo o rosso! Questa l’essenza della personalità di Nicola Ceravolo.

 

 

La nascita, la giovinezza e gli studi

Il 13 ottobre del 1907, nello sperduto paesino di Soriano Calabro, viene alla luce da una famiglia della buona borghesia, un bel bimbo, vispo e precoce che avrebbe, poi, dedicato la sua esistenza a tre fondamentali interessi: famiglia, calcio e avvocatura. Nicola nasce, dunque, in una famiglia benestante che, via via, si accresce di numero, essendo lui il primo di nove fratelli di cui sette maschi. Rimane ben presto orfano di madre e, anche per tale sfortunata circostanza, l’ometto di casa viene mandato a Catanzaro per studiare in quello che era il fiore all’occhiello dell’istruzione dell’epoca: il Regio Liceo intitolato al filosofo tropeano Pasquale Galluppi. Dopo le fatiche scolastiche, portate a termine con profitto, e comunque brillantemente, giunge il momento dell’Università: facoltà di giurisprudenza alla Sapienza di Roma, dove Ceravolo consegue la laurea, senza soverchi problemi, all’età di ventidue anni. Il ritorno in Calabria, con la classica valigia piena di belle speranze e l’ambìto, per quei tempi, pezzo di carta, pone il giovane giurista di fronte al solito dilemma: monetizzare la laurea conseguita avviandosi alla carriera forense o seguire, magari, le inclinazioni che vedono in Nicola un ragazzo pieno di idee, dedito alla pratica sportiva, vicino ma non dentro all’ideologia che si fa avanti e va per la maggiore.

 

 

L’accostamento al calcio

La scelta avviene un po’ e un po’, e lo porta ad accettare l’incarico del partito fascista che lo designa nel direttivo dell’Unione Sportiva Fascista Catanzarese, con compiti non soltanto dirigenziali ma anche agonistici, venendo convocato nella prima squadra che partecipa ai tornei regionali calcistici. Parallelamente, Ceravolo inizia la carriera forense, indossando la toga da avvocato. Il calcio per lui inizia a diventare questione di vita e viene ad intrecciarsi con la famiglia d’origine e anche con quella che don Nicola andrà a formare una volta per sempre con l’adorabile Tina Miccoli, di mamma toscana, ragazza di estrema sensibilità dagli splendidi occhi azzurri che avrebbe, poi, condiviso tutti i successi e le gioie con l’adoratissimo Nicola, rimanendo, però, sempre dietro le quinte. Da uomo di legge prestato al calcio (e viceversa), Ceravolo è dirigente dell’Usf Catanzaro dal 1932 al ’45 e, parallelamente, assume anche incarichi federali: dal 1936 al ’40 è, infatti, componente del Comitato regionale della Federazione che amministra il football, sport che acquista sempre più popolarità; dal 1940 al ’47 è, inoltre, presidente provinciale del Coni. Un tirocinio importante in cui impara tanto, organizza e si impegna sempre di più.


Nicola Ceravolo e la guerra

La Grande guerra, spartiacque tra epoche che lacerarono in maniera fratricida l’Italia, segna un solco anche nel calcio e nella storia sportiva del calcio giallorosso. Prima che le baionette iniziassero a tuonare in maniera sinistra, con Enrico Talamo presidente e l’estro organizzativo del dirigente Ceravolo, i giallorossi erano stati la prima squadra calabrese a varcare la soglia della serie B disputata nel 1933/’34, 1934/’35 e nel 1936/’37. Una volta ripresa l’attività agonistica dopo i disastri del Conflitto mondiale che causarono lutti e tragedie (Ceravolo era partito militare da volontario ed era di stanza col suo battaglione destinato all’Albania a Vicenza, ma qui le operazioni vennero bloccate e dunque fece ritorno a Catanzaro dove visse momenti di ansia per i bombardamenti dell’agosto ‘43), si torna finalmente a far rotolare il pallone sui campi da gioco.


Vicepresidente

Dal 1947, alla vicepresidenza dell’Unione Sportiva Catanzaro, troviamo l’avvocato Ceravolo, fedele dirigente e solerte aiuto dei presidenti che si succedono via via (Giovanni Migliaccio, Gino Guarnieri e Aldo Ferrara). La rinata società, al solito, è costretta a fare i conti con le risorse, sempre modeste, anche per via della ricostruzione del Paese che distoglie investimenti dalle attività sportive, e perciò più che ai presidenti che, pur nella loro importanza economica vanno e vengono, tocca a Ceravolo, unico punto fermo, dare una struttura organizzativa solida, non dispendiosa ma efficiente. Primo sintomo positivo della circostanza che si sta iniziando a seminare bene, facendo conoscere Catanzaro e il Catanzaro in tutto il Paese, è la conquista del titolo di campione d’Italia di Quarta serie al termine della stagione 1952/’53, con Orlando Tognotti in panchina e i vari Masci, Pallaoro, Santi, Tozzo e Ziletti in campo. Sono anni in cui si accumula esperienza sui polverosi campi di serie C, in attesa di tempi migliori per impostare una squadra forte per tentare la scalata alla serie B.

 

 

La prima volta

Il lavoro alacre di Ferrara, causa la politica che chiama, si interrompe al termine dell’annata 1957/’58 quando sulla massima poltrona giallorossa sale il cinquantenne Nicola Ceravolo che, immediatamente, conquista il primo posto in classifica e l’agognata serie B, al termine di una splendida cavalcata calcistica conclusasi a Roma con uno storico pareggio sul campo della Fedit. E’ quello il primo di una lunga serie di trionfi griffati Ceravolo. La società è sempre più una famiglia. Il papà è il presidente, la mamma può essere considerata la tifoseria sempre calorosa, mentre i figli-tecnici-calciatori vanno in campo facendo il loro dovere senza pretendere la luna e avendo i colori sociali come seconda pelle. La ricetta funziona. Il sodalizio, pur nelle ristrettezze, consolida la categoria e la serie B diventa un patrimonio che Nicola Ceravolo mantiene e, anzi, accresce col passare delle stagioni.


Il periodo aureo

E’ grazie alla presidenza Ceravolo che inizia il periodo aureo del calcio giallorosso. Il vivaio sforna talenti che danno una mano alla prima squadra, la società inizia a diventare sempre più un gruppo di amici che trascina la città, tutta, che a sua volta restituisce consensi e risorse da investire (è famosa al riguardo l’imposta comunale addizionale di 20 lire sul vino che finisce nelle casse sociali giallorosse). Il nome dell’avvocato Ceravolo viene tenuto in grande considerazione in tutti gli ambienti calcistici nazionali e, d’altronde, lui in maniera diplomatica, intrattiene rapporti eccellenti coi dirigenti delle grandi squadre. Nel 1956/’57 è consigliere nazionale della Lega calcio, dal 1958 al ’65 è consigliere federale. Cariche che fanno capire la considerazione in cui veniva tenuto questo presidente di una sperduta squadretta del Sud che, però, si batteva con onore nella cadette ria.

 


I miracoli

Il dirigente Ceravolo fa i miracoli col poco che ha a disposizione. E i miracoli significano gestione oculata delle risorse, attenzione massima nell’acquisto e nella vendita dei calciatori e investimenti su calciatori motivati o da rigenerare in un ambiente tranquillo e familiare qual è l’Unione Sportiva Catanzaro. In tal senso sono ben presto passati alla storia gli affari di don Nicola che comprava a poco, valorizzava e rivendeva, consentendo, così, di gestire un’intera annata con pochi colpi di mercato che permettevano, poi, di disputare discrete stagioni senza mai indebolire l’organico. Un esempio la dice lunga sulla sua lungimiranza: Gennarino Rambone, venduto bene al Napoli, riacquistato per la miseria di 12 milioni di lire e valorizzato nuovamente, quindi rivenduto ancora al Napoli, tornato a Catanzaro da rigenerare, e infine ceduto al termine del 1961/62 al Brescia per 50 milioni. Questo è uno fra i tanti colpi che testimonia una piccola parte delle capacità dirigenziali di Ceravolo, un presidente che grazie ad un’organizzazione societaria di tipo familiaristico, è in grado di competere anche con squadre della massima serie, come succede nella (fantastica) coppa Italia del 1966, capolavoro suo e di una squadra che riesce a rivitalizzare un certo Gianni Bui prelevato dal Bologna, laddove, praticamente, non si allenava più.


La coppa Italia del 1966

Quella coppa è sempre stato un vanto per Ceravolo, con un capolavoro dietro l’altro. Il primo dei quali si concretizza in occasione della gara contro il Napoli di Josè Altafini, allora primo in classifica; dietro indennizzo di 20 milioni ottenuti dopo un estenuante tira e molla, Ceravolo comunica alla squadra, allenata da Dino Ballacci, l’inversione del campo. Si va a giocare a Napoli,: una rete capolavoro di Gianni Bui elimina gli azzurri. Al terzo turno i giallorossi fanno fuori la Lazio sul campo neutro di Cosenza con un netto 3-1, nei quarti finalmente c’è una gara in casa: il Torino che viene eliminato ai rigori. In semifinale tocca affrontare una tra Juventus, Fiorentina e Inter. Le big, per ripicche senza senso, non raggiungono l’accordo su chi deve affrontare la squadra materasso, ovvero il Catanzaro, e si è costretti al sorteggio che dice Juventus-Catanzaro. Immediatamente Ceravolo propone al massimo dirigente bianconero, Giordanetti, la metà dell’incasso pur di fare la gara a Catanzaro con tanto di ricevimenti, bella festa di sport, foto ricordo e così via, prima di congedarsi dalla manifestazione. La prima partita della storia giallorossa con la Juventus meritava il Militare e una fantastica cornice di pubblico! Da Torino rispondono picche: «Io non posso pregiudicare a Catanzaro l’attività internazionale della Juventus» – afferma Giordanetti. Si gioca, dunque, in Piemonte. Nicola Ceravolo guida la sua squadra all’assalto della squadra per la quale simpatizzava da bimbo, ma che nell’occasione si era comportata maluccio… Juventus-Catanzaro 1-2 e non aggiungiamo altro. In finale contro la Fiorentina, all’Olimpico di Roma, viene perpetrato un autentico furto per via della concessione di un rigore fasullo, concesso dall’arbitro Sbardella, ai viola nel secondo tempo supplementare. Disdetta! Si torna a Catanzaro carichi sì di gloria, ma con la coppa piccola. Da quell’incredibile exploit, in cui l’Unione Sportiva si era misurata da pari a pari con le big della massima serie, si inizia ad intravedere la possibilità concreta che, presto o tardi, il traguardo della serie A possa essere conquistato. Quel giorno, un bel giorno, arrivò e fu fantastico per tutta la Calabria, nel frattempo lacerata da beghe politiche spartitorie.


La prima serie A

Le azzeccate e ponderate scelte di Ceravolo nel selezionare tecnico (Gianni Seghedoni) e calciatori motivati o da rigenerare (Angelo Mammì) portano dritti allo stadio San Paolo ove, il 27 giugno 1971, nello spareggio decisivo col Bari viene centrato l’obiettivo che definire storico è riduttivo, ove si pensi ai guasti che, in stretta contemporaneità, la politica stava causando con la nota querelle del capoluogo regionale, assegnato a Catanzaro e non a Reggio. L’esultanza per la serie A, la prima volta della Calabria nell’olimpo calcistico, non fu solo catanzarese ma calabrese, anche grazie alla rete segnata dal reggino Angelo Mammì che diede uno schiaffo alla nascente classe politica regionale dell’epoca. Nicola Ceravolo riesce a condurre, per la prima volta nella storia, non il Catanzaro ma la Calabria intera in serie A. Il Catanzaro, squadra delle migliaia di operai calabresi che popolano le grigie periferie di Torino e Milano, sfida le squadre dei loro padroni. Una nemesi. Da non credere. Il calcio viene vissuto come mezzo per abbattere divisioni e distanze economiche. Diavolo di un Ceravolo! Era riuscito in qualcosa di impensabile, quasi impossibile, da realizzare. E la politica non aveva avuto ruolo. Incredibile. Stadio nuovo battezzato dall’Inter di Ivanoe Fraizzoli, la vittoria al Militare sulla Juventus, imbattuta per tutto il girone d’andata, con un’altra rete storica di Mammì, oltre a qualche altro risultato comunque prestigioso, non evitano, però, l’immediata retrocessione, verificatasi anche per alcuni episodi alquanto sfortunati nel finale di campionato: la prima onta subita da Nicola Ceravolo in un decennio e più di presidenza.


Il prestigio nazionale

Ceravolo è uno che non prende bene le sconfitte, ha voglia immediata di riscatto. Dopo l’amarezza chiamata retrocessione, si mette al lavoro senza perdere tempo, attrezzandosi per l’immediata risalita nell’inebriante mondo degli squadroni. La scelta del mister (Renato Lucchi), non viene capita dal pubblico che inizia qualche contestazione di troppo, si pretende tutto e subito, ovvero l’immediata risalita che, per una società pur sempre piccola, non può essere un passaggio automatico, ed è sempre frutto dell’armonia e della collaborazione di tutte le componenti che vi ruotano attorno. Nel frattempo si accresce sempre più la fama nazionale del presidente Ceravolo: dal 1969 al ’71 è vice presidente della Lega Calcio, nel 1971/’72 presiede la Commissione impianti sportivi, dal ’72 al ’76 è vice presidente della Lega e consigliere per la serie A, e, a seguire, diviene componente dell’esecutivo della Lega prima di far parte della commissione Carte federali e del regolamento. La sua spiccata personalità, oltre al suo prestigio vengono unanimemente riconosciuti negli ambienti calcistici che contano, il nome del Catanzaro ormai viene accostato a quello di realtà ben più grandi e più sviluppate economicamente, grazie esclusivamente all’acume dirigenziale di un uomo che governa la sua piccola società grazie agli apporti economici di tanti soci provenienti dall’imprenditoria cittadina, tali apporti vengono poi convogliati esclusivamente sulla squadra, le cui fortune tornano ad arriderle quando viene ingaggiato un giovane allenatore che regalerà la seconda promozione in A: il trascinatore Gianni Di Marzio, il quale dopo aver perso uno spareggio promozione col Verona nel 1974/’75, riesce nell’impresa grazie ai vari Pellizzaro, Silipo, Banelli, Improta e Palanca. Ancora una volta nell’olimpo del calcio, questa volta per restarci, se possibile.

Carlo Mazzone e Adriano Merlo

Il destino però è avverso e Ceravo lo, insieme al suo gruppo di fidati dirigenti, deve inghiottire un altro boccone amaro: quindicesimo posto e retrocessione in un torneo in cui si dà fiducia a Di Marzio fino alla fine senza avvicendare il timoniere. Altro giro altra corsa. Ceravolo si rimbocca le maniche e sceglie un tecnico dimenticato da molti: Giorgio Sereni. Un’altra diavoleria del presidente che al termine della stagione 1977/’78 viene premiato dal secondo posto che significa ancora serie A, la terza promozione nel massimo campionato made don Nicola. I tempi, l’esperienza, le strategie societarie e ben determinate circostanze, maturano nella dirigenza la volontà di cambiare mister per affrontare la massima serie. La scelta cade su Carletto Mazzone, mentre il presidente Ceravolo, per sostenere i costi sempre più onerosi della gestione, è costretto ad aprire la porta della sede sociale per attrarre nuovi capitali da investire. E’ questo l’inizio della fine, come dirà il futuro: i nuovi, entrati quasi in sordina, giorno dopo giorno mostrano insofferenza nei confronti del presidente e dei suoi fedelissimi. In campionato, invece, le cose vanno finalmente bene, la squadra forte delle prestazioni dei vari Mattolini, Ranieri, Sabadini, Menichini, Turone, Orazi, Improta e Palanca termina al nono posto, un successo per una provinciale che arriva a sfiorare il traguardo delle coppe europee e giunge, anche, a disputare la semifinale di coppa Italia contro la Juventus. Dopo mesi di incomunicabilità la minoranza societaria che governa e ottiene risultati subisce il blitz della maggioranza che parla tramite Adriano Merlo: «Entro 48 ore o noi o voi», questa la sintesi del contenuto del comunicato affidato alla stampa. Ci pensate? Dire a Nicola Ceravolo, dopo 45 anni ininterrotti spesi per una sua creatura, di farsi da parte in ragione della managerialità che deve trionfare a tutti i costi… cosa avrà provato in quei giorni, in cui la squadra stava contendendo al Cagliari la semifinale di coppa Italia? Con la piazza che mostra di gradire le promesse dei nuovi, pensando “finalmente” in grande, dopo la visione familiaristica dell’era Ceravolo. Questi fece quadrato con i sui dirigenti: Raffaele Amato, Gioacchino Carrozza, Guglielmo Papaleo, Peppino Talarico e Raffaele Zinzi, decidendo, di passare la mano, non senza sofferenze, dal momento che lo sforzo economico richiesto dall’altro gruppo non era assolutamente sopportabile.


Quel 16 maggio 1979

Nella mattina del 16 maggio 1979 don Nicola, nella sede sociale di via San Giorgio, incontra la stampa e, con voce rotta dall’emozione, inizia a leggere il comunicato di quattordici righe che significa addio. Si interrompe, riprende a leggere. In quegli attimi gli saranno tornati in mente milioni di fotogrammi di quella che è sempre stata non una, ma la sua creatura che, da quel giorno, non gli apparterrà più. Il vicepresidente Adriano Merlo scalza il presidente di sempre. Che tristezza, ma è anche vero che le cose belle sono sempre destinate a finire. Scrive Giorgio Tosatti, direttore del Corriere dello Sport, il 17 maggio 1979 all’indomani dell’ascesa di Merlo: «Catanzaro e Avellino sono reduci da un campionato felicissimo: la soddisfazione per quanto hanno ottenuto, anziché cementare l’accordo tra i dirigenti ha fatto esplodere rivalità controproducenti ed assurde. Chi ha maggiori disponibilità economiche non vuol lasciare ad altri una fetta, grande o piccola, di palcoscenico: o noi o voi. In troppi debbono ancora capire quanto sia utile ed opportuno lavorare insieme, mettendo tutte le forze a disposizione per un unico scopo. Il Sud è ancora troppo malato d’individualismo. Così dopo tanti anni il Catanzaro perde uno dei migliori dirigenti del nostro calcio, uno fra i pochissimi capaci di pilotare con raziocinio e saggezza amministrativa una piccola società portata, in tutta Italia, ad esempio di quanto si possa fare con appassionata competenza nonostante l’esiguità dei mezzi». Parole sante, ma difficili da far comprendere, ieri come oggi e sempre, nelle nostre contrade. Inizia, per forza di cose, una vita nuova per l’avvocato Ceravolo. Con lo stile e la serietà che da sempre lo hanno contraddistinto, non abbandona la sua creatura e, nelle stagioni seguenti, non abbandona la squadra seguendola sempre allo stadio, comportamento unico nella storia successiva dell’Unione Sportiva Catanzaro, in cui i presidenti defenestrati non hanno mai più messo piede allo stadio. Anche in questo don Nicola è don Nicola, uno che ti ha portato in B, facendoti dimenticare la serie C, ti ha regalato tre serie A e belle emozioni in coppa Italia, uno che è la Storia per una società piccola che non ha Agnelli o Moratti alle spalle. E inizia anche la gestione Merlo. La prima stagione si conclude con un flop (leggi ultimo posto con retrocessione sul campo), cui si pone rimedio grazie alla retrocessione iussu iudicis di Milan e Lazio all’ultimo posto per il polverone legato al calcio scommesse.  Quindi, seguono due fantastiche stagioni con Tarcisio Burgnich e Bruno Pace, prima del doppio tracollo, ultimi in A e ultimi in B, che fa ripiombare le Aquile in serie C. Dopo ben cinque lustri di gloria e soddisfazioni. La retrocessione in C fa piangere Ceravolo, come ebbe a dichiarare anni dopo. La piazza, intanto, si è stufata di Merlo che ha dilapidato un patrimonio in termini calcistici invidiato da tutta Italia.


Pino Albano lo richiama

Il Catanzaro inizia ad assumere le vesti di nobile decaduta e si ritrova in C1 con un nuovo presidente: Pino Albano che fa piazza pulita di Merlo e soci e, come prima cosa, chiama al suo fianco, in qualità di presidente onorario, don Nicola Ceravolo, pronto a rituffarsi in altre mille battaglie. Il campionato di C1, vinto con Giambattista Fabbri in panchina, la retrocessione della stagione 1985/’86 e la promozione dell’anno seguente con Tobia. Non c’è proprio tempo per annoiarsi in questi anni. Nuovamente in B, si punta su un tecnico giovane, Vincenzo Guerini, con don Nicola sempre in sella, prontissimo a dare consigli e a dispensare saggezza, dall’alto dei suoi ottanta anni e dei suoi acciacchi che lo costringono ad avere quali compagne le stampelle per via di una caduta nella sua seconda casa: il tribunale, luogo da lui frequentato abitualmente per lavoro, luogo in cui i colleghi lo attendevano quotidianamente per avere notizie fresch e autorevoli sulla squadra.

 


L’ultima partita

E’ il 1988, la squadra lotta per centrare la serie A subendo, però, torti arbitrali evidenti a tutti. Don Nicola assiste alla sua ultima partita allo stadio il primo di maggio: Catanzaro-Padova con vittoria giallorossa, poi, un male incurabile al cervello che covava da tempo, lo porta via. Operato a Messina torna nella sua Catanzaro ma, dopo poco tempo, se ne va col suo stile silenzioso, nelle primissime ore di venerdì 20 maggio. La notizia si diffonde immediatamente in città. Pare incredibile, ma purtroppo è la realtà, purtroppo. Sabato, di buon mattino, la squadra si reca a visitare la salma prima di partire per la trasferta di Barletta. Nel pomeriggio, invece, don Pino Silvestre, celebra i funerali nella chiesa di San Giovanni. La chiesa è gremita come il suo stadio in occasione di quelle partite che hanno fatto la storia della sua creatura. Presenzia la squadra primavera col suo allenatore Fausto Silipo, e poi tantissime personalità, Gianni Improta, Massimo Palanca, il fido Gaetano Larussa, il capo ufficio stampa della Lega, Tigani. Tutti, tutti, tutti. Nessuno vuole mancare all’estremo saluto con don Nicola che, unico, in una terra amara, ha saputo regalare gioie ed emozioni indescrivibili. Carletto Mazzone, ultimo allenatore di don Nicola, invia una corona di fiori. Il minuto di raccoglimento osservato a Barletta è il più lungo di sempre. Il Catanzaro, il suo Catanzaro quel giorno vince, ma si ferma lì, non va più da nessuna parte e quello è l’inizio della fine, seppur lenta. Una società che senza Ceravolo non trova più pace, prova l’onta della retrocessione in C2 nelle aule della giustizia sportiva, cerca di risollevarsi ma poi è costretta a ripartire col Lodo Petrucci. Che tristezza sapere che quel Catanzaro, quello che tutti i catanzaresi hanno considerato parte di se stessi, non c’è più. Che è morto quel venerdì 20 maggio 1988, quando don Nicola Ceravolo, il presidentissimo, quello con gli occhiali di tartaruga e le lenti doppie, quello con i baffetti squadrati, quello con la sigaretta in bocca, quello rotondetto, quello austero, si è congedato dalle fatiche terrene.

 

 

Un vuoto incolmabile

Catanzaro, fuor di retorica, con la dipartita di don Nicola ha perso tanto, l’Avvocato del sud che dava del “tu” ai potenti del pallone e che aveva conquistato la fiducia di tutti usando puramente e semplicemente il cervello, nonostante fosse in un mondo particolare in cui contavano gli “sghei”, ma lui non finanziava e non sperperava, amministrava da buon padre di famiglia, avendo le idee chiare e una sola parola. Bastava una stretta di mano. Amaramente si è constatato negli anni come la morte di don Nicola non abbia fatto germogliare dirigenti capaci di far volare in alto le Aquile. Quanto ci manca don Nicola, il Presidentissimo.

Carlo Talarico